Vittoria notevole quella di Heinrich Haussler; la settima maglia gialla consecutiva di Rinaldo Nocentini; la prima maglia a pois di Franco Pellizotti. Niente: niente battaglia, niente combattimento, niente brividi – se non di freddo.
Il tappone è quello dei Vosgi, colline montagnose o forse montagne collinose, pettinate con le viti di Riesling e Pinot e Gewurztraminer, con cinque gran premi per gli scalatori. Un bel 200 km sotto l’acqua, in una mite giornata invernale, che da queste parti non dev’essere una rarità, perché tutti ne sembrano consapevoli o rassegnati o abituati. E così sembra anche il gruppo: consapevole o rassegnato o abituato al blocco dell’Est, anzi, dell’Astana. Dopo 3 km se ne va il francese Moreau, imitato proprio da Haussler, poi si accodano il tedesco Voigt, gli spagnoli Garate e Perez Moreno, il colombiano Uran e il francese Chavanel. Totale: sette. Italiani, come si vede: zero.
Il gruppo tiene i sette lì a bagnomaria, espressione gergale che non considera il tempo meteo, finché davanti rimangono in tre: Haussler, Perez Moreno e Chavanel. A quel punto il vantaggio decolla: 6’30″ dopo 75 km, 9’10″ al rifornimento del km 94,5, 8’30″ ai piedi del secondo gpm. Fine delle trasmissioni. La corsa si spacca in due: davanti, i tre se la giocano allo sfinimento; dietro, gli altri azzardano scaramucce per i traguardi o per qualche pedalata che, a chiamarla attacco, si esagera alla grande. Davanti, il primo a mollare è Perez Moreno, il secondo Chavanel. Crisi di fame. Cotta d’altri tempi. Arriverà al traguardo con il buio negli occhi, stremato, in trance. Dietro, Pellizotti perde ai punti il primo round con lo spagnolo Martinez, ma vince per k.o. gli altri due, e così sale in cima alla classifica. Gli unici a tentare qualcosa sono due fuori quota, il francese Feillu (quello che ha vinto ad Arcalis, Andorra, il primo arrivo in salita) e lo spagnolo Txurruka, che di nome fa Amets, che in basco significa “anima”.
Haussler – babbo tedesco e mamma australiana – ha 25 anni, i primi 14 passati in Australia, gli altri 11 tra Germania e resto del mondo. “Quando ho deciso di fare il corridore, mio padre mi ha mandato in Germania. Aveva delle vecchie conoscenze. In Germania sono diventato professionista, e siccome la squadra per cui correvo, la Gerolsteiner, preferiva avere corridori tedeschi, ho preso il passaporto tedesco. Ma io mi sento australiano. E fra un anno sarò di nuovo australiano”.
Il biondo conosceva bene questa tappa: “E’ una delle mie zone di allenamento. Si va così forte nelle prime due ore, che tanto vale andare in fuga. Sempre che ci si riesca. Poi, però, in fuga, spesso mi dicevo: ’Gesù, ma chi me lo fa fare?’”.